FantastiCat Siena 28 e 29 Novembre 2015
Esposizione Internazionale Felina ANFI FIFE Manifestazione Ufficiale del Libro Genealogico del Gatto di Razza D.M. 22790 del 9.6.2005
I Giudici
Tariffe espositori
Gli Alberghi convenzionati
Location, Cena di Gala e Stand
SABATO: Rassegna e Best di Razza Sacri di Birmania
DOMENICA: Best di Razza Norvegesi delle Foreste
Servizio Veterinario

SABATO: Rassegna e Best di Razza Sacri di Birmania





Nell'ambito dell'Esposizione Internazionale Felina di Siena
sabato 28 Novembre 2015 
alle ore 16.00 prima del Best in Show  
in collaborazione con il Club A.Ga.Bi. 



presenteremo al pubblico una 
RASSEGNA 
di Sacri di Birmania 

Vi sarà anche un Best Separato solo Sacri di Birmania
se sarà raggiunto il numero previsto dalla normativa FIFé


Il Sacro di Birmania è un gatto dal pelo semilungo, con il mantello bianco (dal bianco magnolia degli esemplari giovani e chiari, al color "guscio d'uovo" degli esemplari meno giovani o più scuri che nel seal adulto può assumere tonalità dorate), gli occhi di un azzurro intenso a volte tendente al violetto ed è caratterizzato da varie tonalità di colore nei cosiddetti "point", cioè estremità delle zampe, coda, genitali nei maschi, orecchie e "mascherina" che dal naso si spande su tutto il muso e sulla zona degli occhi. 

Il "colour point", cioè la pigmentazione dei gatti con le estremità colorate, è un tipo di distribuzione del colore del pelo che si trova anche in altre razze, sia come colore caratterizzante, sia come variante ammessa: siamese, thai, ragdoll, persiano, british shorthair ecc.
 

Questa particolare disposizione è  dovuta al "gene himalayano", un gene recessivo contenuto nel patrimonio genetico di questi gatti che inibisce la colorazione sul mantello "decolorandolo", ma non agisce o agisce meno nei punti via via più freddi del corpo, le estremità appunto, dove la temperatura corporea del gatto è inferiore. 
I cuccioli con questo gene nascono infatti completamente bianchi (la temperatura all'interno del ventre materno è omogenea!) e si colorano a partire dai primi giorni di vita, prima sul nasino e la punta delle orecchie, poi piano piano, sugli altri point. La colorazione completa di un colour point  molto chiaro può avvenire anche intorno ai 12-24 mesi di età.  Comunque anche i gatti più scuri tendono a "spandere" i point con l'avanzarsi dell'età, specie quello del muso che in gatti anziani può arrivare a toccare i point delle orecchie e coprire tutta la faccia. 

Quello che differenzia i birmani dagli altri gatti "colour point", ed è una esclusiva di questa razza, sono i "guantini", ovvero lo spotting bianco localizzato sulle estremità delle zampe anteriori e posteriori . Nelle fascia plantare delle zampe posteriori i guanti terminano con una V rovesciata, detta "sperone" che va dalla metà ai 3/4 della lunghezza della fascia plantare. 
Tutti i birmani hanno i guanti e la regolarità e simmetria del guantaggio è comunque uno dei criteri di giudizio (ma non certo il solo)  per la scelta dei gatti da esposizione, dato che è una caratteristica peculiare della razza.  

Un'altra caratteristica della razza è carattere particolarmente dolce e affettuoso, tipico di tutti i birmani:  da un lato tranquillo e dormiglione, dall'altro, se stimolato, giocherellone e vivace, ma sempre senza eccessi! 
Il birmano infatti è un gatto intelligente e molto sensibile, che sa "stare al suo posto" ed è molto ricettivo degli umori dei componenti della sua famiglia umana. Viene spesso a cercare e richiedere le coccole e/ o il cibo (sa farsi capire benissimo), si infila volentieri nel letto di qualche componente della famiglia e adora "dare la sveglia" al mattino, non appena si è adeguato agli orari, ma se capisce che non è il momento o che disturba di solito si acquieta subito, si accuccia lì vicino e aspetta speranzoso che arrivi qualcuno a coccolarlo.
Si adatta facilmente a tutte le situazioni e agli orari della famiglia, ma non ama particolarmente stare solo troppe ore al giorno. 



 

LA LEGGENDA: L’origine del Sacro di Birmania si perde e sfuma in una splendida leggenda che narra di cento gatti allevati  nel tempio di Lao-Tsun nell’antica Birmania (Myanmar). Questa leggenda, che ha avuto un largo successo ed è riportata in tutti i siti che parlano di Birmani, è stata pubblicata per la prima volta nell’opera di Marcel Renay “Nos amis les chats” (ed.Grasset, Ginevra, 1947) che a sua volta si rifà ad un articolo pubblicato nel 1926 su Minerva (rivista femminile quindicinale edita dal 1925 al 1938) da Fernand Méry, veterinario, a cui era stata raccontata dalla scrittrice Marcelle Adam, segretaria del sindacato degli scrittori francesi, la quale a sua volta, l'aveva ascoltata da una misteriosa avventuriera di nome Madame Leotardi che aveva posseduto uno dei primi birmani arrivati - a suo dire - in Europa dalla Birmania (e ne aveva probabilmente dato un esemplare all'Adam, come si vede nella foto).  

Il racconto spiega anche il perché dell’appellativo “sacro” che è dato a questi gatti: Sinh,  il progenitore della specie in Birmania, sarebbe stato il custode dell’anima del suo compagno umano deceduto fino a che questa non è ascesa, con lui, verso il paradiso. 
La narratrice racconta che nel tempio dei monaci Kittah, costruito alle pendici del monte Lugh, il gran sacerdote Mun-Hà passava la sua serena e piissima vita in sacra meditazione. Quella che segue è la traduzione di quel racconto originale  leggermente diverso da come è comunemente riportato e contenente anche una maledizione che a noi piace intendere come un monito ad amare e rispettare questi affascinanti animali, che hanno, innegabilmente, un che di spirituale nello sguardo profondo e misterioso. 

“Non ci fu un solo minuto, un solo sguardo, un unico pensiero della sua esistenza che non fosse consacrato all’adorazione, alla contemplazione e al pio servizio di Tsun-Kyanksé, la dea dagli occhi di zaffiro, colei che presiede alla trasmutazione delle anime, permettendo ai Kittah di rivivere in un animale sacro la durata della loro esistenza terrena prima di riprendere le sembianze della perfezione totale e santa dei grandi sacerdoti. Vicino a lui, Mun-Hà, meditava Sinh, il suo caro oracolo, un gatto tutto bianco, i cui occhi erano gialli per il riflesso della barba dorata del suo maestro e del corpo d’oro della dea dagli occhi blu come il cielo… Sinh, il gatto consigliere, le cui orecchie, naso, coda e l’estremità delle zampe erano dello scuro colore della negra terra, simbolo della lordura e dell’impurità di tutto ciò che è terreno.

Ora avvenne che un giorno, in cui  la luna malevola permise ai maledetti Phoum, banditi  venuti dal Siam aborrito, di avvicinarsi alle sacre mura del tempio, il gran sacerdote Mun-Hà, senza smettere di implorare il destino crudele, entrò dolcemente nella morte, con al fianco il suo gatto divino e sotto gli occhi e la disperazione di tutti i suoi kittah..

E’ allora che avvenne il miracolo unico della trasmutazione improvvisa: d’un tratto, Sinh salì sul trono d’oro, sulla testa del suo maestro caduto. Si inarcò su questa testa venerabile che, per la prima volta, non contemplava più la dea. Restò a sua volta con gli occhi fissati sulla statua  eterna e allora si videro i peli erti della sua schiena bianca divenire improvvisamente giallo oro, e i suoi occhi divennero blu, immensi e profondi come quelli della dea. E mentre girava lentamente la testa verso la porta sud, le sue quattro zampe che toccavano la testa venerabile divennero di un bianco candido fino a dove erano affondati nella sacra seta delle vesti del gran sacerdote. Quando i suoi occhi si ritrassero dalla porta sud, i kittah obbedendo a quello sguardo imperativo, carico di durezza e di luce, si precipitarono per chiudere le pesanti porte di bronzo sul primo invasore. Il tempio fu così salvo dalal profanazione e dal saccheggio.

Sinh non aveva però lasciato il trono. Immobile, gli occhi profondamente fissati in quelli della dea, il settimo giorno morì così, misterioso e ieratico, portando verso Tsun-Kyanksé l’anima di Mun-Hà, troppo perfetta ormai per la terra.

E quando, sette giorni più tardi, i monaci riuniti erano a consulto davanti alla statua per decidere la successione di Mum-Hà, videro accorrere tutti i gatti del tempio. Erano tutti vestiti d’oro e guantati di bianco, tutti avevano mutato in zaffiro profondo il giallo dei loro occhi. E tutti, in silenzio, circondarono il più giovane dei kittah, designato così dagli antichi avi, reincarnati per volontà della dea”

“E ora – precisa la narratrice – quando muore un gatto sacro del tempio di Lao –Tsun è l’anima di un kittah che riprende per sempre il suo posto nel paradiso di Song-Hio, il dio d’oro.

Ma che la sfortuna ricada su colui che affretta la fine di uno di questi animali meravigliosi, anche se non l’ha voluto. Soffrirà i più crudeli tormenti fino a che non si acquieti l’anima in pena che ha turbato…” 

  
a bellissima e indimenticabile Paquita campeggia sul manifesto dell'A.Ga.Bi.
 

LA VERA STORIA: In verità la storia di questi gatti e del loro allevamento in Europa e in Italia è quasi più misteriosa della sua leggenda.

Sembra che l’origine europea dei birmani risalga  alla coppia arrivata d’oltremare nel 1918, portata dal miliardario americano Vanderbilt. Egli, durante una crociera in Oriente, riuscì ad acquistare a caro prezzo una coppia di Birmani probabilmente rubati al tempio di Lao-Tsun, dove erano allevati, da un inserviente. Questa coppia fu affidata ad una certa Signora Thadde Hadisch, ma il maschio morì accidentalmente sulla nave e la femmina, Sita, fortunatamente gravida, diede alla luce una cucciolata nella quale vi era una bellissima femmina Poupée, nata al loro arrivo a Nizza. Poupée fu poi incrociata con un siamese e da lei è nata tutta la razza.

Un’altra fonte, invece racconta che nel 1919, l'esploratore  francese A. Pavie e il militare inglese G. Russel, in un difficile frangente ebbero occasione di aiutare i monaci Kittahs, che dalla Birmania, in segno di riconoscenza, inviarono loro in Francia due dei rarissimi e preziosissimi gatti birmani da loro stessi allevati e ritenuti sacri. Il resto della storia coincide, rivelando che si tratta della stessa coppia.

Altre fonti parlano invece di una razza creata in Europa da abili allevatori francesi che avevano incrociato dei persiani colour point, gatti siamesi con lo spotting bianco sulle zampe e comuni gatti di casa a pelo lungo, selezionando poi i cuccioli fino ad ottenere i guantini bianchi.

Negli anni trenta, in Francia, uno splendido esemplare maschio, Dieu d’Arakan, ottenne un grande successo di pubblico.

Il birmano venne battezzato negli anni ’50 “Sacro di Birmania” per distinguerlo ed evitare qualsiasi confusione con il Burmese (parola inglese per gli abitanti della Birmania).
Dopo l’ultima guerra mondiale, la razza purtroppo fu vicina ad estinguersi: in tutto il mondo rimasero pochissime coppie e gli allevatori dovettero di nuovo ricorrere all’incrocio fra siamesi e persiani.

Negli anni ’60 in Francia questi gatti ebbero un vero boom di pubblico, persino l’amatissima attrice Romy Schneider ne possedeva un esemplare.

Il Birmano è stato ufficialmente riconosciuto in Francia nel 1925. Nell’esposizione del 1926 sembra che siano state presentate due splendide seal: Poupée del Madalpour e Manou de Mandalpour che ottennero un grande successo. 

In Gran Bretagna la razza è stata riconosciuto nel 1966 e nel 1967 negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda l’Italia, Francamaria Gabriele fondatrice e attuale presidente del club di razza A.Ga.Bi, scrive sul sito dell’Anfi che dalle sue indagini risulta che negli anni trenta proprio Dieu d’Arakan sia stato ospitato nel castello di Francavilla Bisio, sotto la proprietà della Contessa Giriodi Panissera, insieme ad altri esemplari, ma in seguito di lui e dei suoi cuccioli si sono perse le tracce. Nei cataloghi delle esposizioni feline italiane da lei esaminati non risultano iscrizioni di esemplari di sacri della Birmania italiani fino ad anni recenti.

Lei stessa ha riportato la razza in Italia nel 1979, anno in cui riuscì ad ottenere dagli allevatori francesi la prima coppia: Porthos de Tchao Pai e Paquita.

Da allora, esattamente trent'anni fa,  l’allevamento del Sacro della Birmania ha visto un interesse crescente da parte del pubblico e degli allevatori  fino a farne uno dei gatti più “alla moda” e ricercati, cosa che purtroppo, se da una parte giova alla promozione della razza e incrementa gli studi su questi animali, dall’altro provoca il pullulare di commerci dagli scopi non sempre cristallini e disinteressati.

 



Associazione Pangea Magis. Sede legale Rapolano Terme (SI), Via dei Goti 16, C.F. 92059930526 - Powered by Sitiwebs.com